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Il padre fondatore e la prima Serie A

di Luca Maniscalco
Fonte: il Palermo racconta: storie, confessioni e leggende rosanero
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Ignazio era un ragazzotto dell’alta borghesia palermitana, figlio dei ricchi proprietari terrieri Majo Pagano di viale della Libertà, proiettati verso un nuovo stile di vita. Nell’estate del Novecento andava in giro con il colletto della camicia inamidato. Per due anni andò a studiare all’Eton College di Londra perché era buon costume della buona società siciliana mandare i figli in Inghilterra per una esperienza di vita. Lì, nel tempo libero frequentava i campi di football. A Londra cominciò a comprare manuali con regole di football, li divorava di sera nella sua stanzetta dell’Eton College. Il suo cervello s’imbottì di nomi come match, penalty, free-kick, goalkeeper. In quel periodo conobbe il difensore Barnett del Tiger, uno dei pioneri del Milan, che gli spiegò che nel football non vince il singolo, ma tutto il gruppo. Il calcio era, in Sicilia, un’attività inedita. Così, cominciò a praticarla intensamente. Le sfide si effettuavano in pantaloni alla zuava, camicia col calletto inamidato e scarponi leggeri. Ignacio Maja Pagano, il primo novembre del 1900, fondò l’Anglo Palermitan Athletic and Foot-Ball Club. All’inizio le casacche erano rossoblu. Nell’autunno 1907 si cominciarono ad usare quelle rosanero. A quel tempo ci si confrontava al campo Notarbartolo. Al porto in quegli anni approdavano yacht di personaggi inglesi e Ignazio li contattatava per sfide di football. I sovrani Victoria e Albert di Edoardo VII assistettero al match del loro equipaggio.

Il Notarbartolo, il giorno della sfida era strapieno di gentiluomini e signore elegantemente vestite; famosi i grossi brillanti sfoggiati da Donna Franca Florio. Tutto un mondo che oggi non esiste più.

All’inizio del Novecento serpeggiava un forte malessere negli strati economicamente più deboli del paese. Ma Palermo se la passava meglio per la potenza economica dei Florio, che assicuravano un posto di lavoro ai campifamiglia. Ma il diavolo ci mise la cosa e improvvisamente nel 1909 esplose uno sciopero dalle drammatiche conseguenza. Lungo il vecchio Cassaro e via Maqueda si riversarono circa centomila lavoratori da tutta la Sicilia per protestare contro la politica di Giolitti, che aveva messo in ginocchio l’economia del Mezzogiorno. In quel clima si disputò, dal 1909 al 1915, la “Coppa Sir Thomas Lipton”, offerta da re del tè, grande amico dei Florio. Al torneo parteciparono Lazio, Naples, Messina, Audax e Palermo. I rosanero conquistarono il trofeo cinque volte su sette. Poi scoppiò la Grande Guerra e il pallone venne depositato nelle cantine.

Cessato il conflitto gli appassionati del pallone tornarono a calcare i terreni verdi. Il Palermo dei pionieri si era sciolto. Nel 1920 i dirigenti del Racing Fbc, che giocavano al “Pietro Ranzano” all’Olivuzza, cambiarono nome alla propria Società e la chiamarono Us Palermo. Si tornò a giocare al Ranchibile. Il cammino di quella squadra fu pieno di buche. Durante gli anni del fascismo i gerarchi davano direttive e decidevano chi doveva allenare la squadra. Intanto le finanze mancavano. Il 10 luglio 1927 il presidente Valentino Colombo decise di ritirare la squadra dal campionato di Prima Divisione. Il club fu rifondato nel 1928 con un capitale di 100mila lire, frutto di un azionariato popolare. E arrivarono i magici anni Trenta, con l’aquila rosanero che, nel nuovo tempio della Favorita, volava nel paradiso della Serie A. Correva la stagione 1931-32. Quel Palermo conquistò il primo posto con 50 punti in 34 partit; 80 reti; 21 vittorie, 8 pareggi, 5 sconfitte. Carlo Radice si laureò capocannoniere della Serie B con 27 gol in 29 gare.


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